La forza dell'intento, come connettersi alla fonte divina

 

La forza dell’intento è un tema ricorrente e fondamentale nella cultura sciamanica di tutti i popoli indio-americani. Gli indios si riferiscono alla forza dell’intento come a qualcosa che non ha spiegazioni logiche ma solo risultati, una sorta di atto totale, che coinvolge tutto il nostro essere, le nostre emozioni, i nostri pensieri ed il nostro agire.

L’intento non è sicuramente qualcosa da capire a livello razionale, la mente cerca delle spiegazioni logiche che non trovano riscontro nelle parole spesso enigmatiche dei nativi. L’iter occidentale nei confronti di un’esperienza è quello di voler prima di tutto capire di cosa si tratta, quindi sentire se ci piace e poi se non ne abbiamo troppa paura, allora ci decidiamo a fare quell’esperienza. L’approccio sciamanico è diverso: prima faccio, mentre faccio percepisco e sento e poi, forse, capisco.

La visione più comune nei confronti dell’intento, è quella di credere che esso sia una sorta di atto di volontà all’ennesima potenza, l’espressione di una tenacia tale per cui niente e nessuno può essere in grado di mettersi fra noi ed il nostro obiettivo. Nei confronti della vita dovremmo allora essere come dei pitbull che quando azzannano qualcosa, non lasciano andare mai la presa. Adottare l’attitudine del pitbull per raggiungere il nostro scopo, essere quindi degli accaniti lottatori che si affannano per raggiungere i loro scopi, non ha poi molto a che vedere con quello che gli sciamani definiscono come intento. L’intento non è qualcosa che noi facciamo puntando i piedi ed andando contro tutto e contro tutti pur di raggiungere l’obiettivo. In questo caso, quello che ci farebbe agire sarebbe solo il potere del nostro ego, un potere mentale, un falso potere.

La vita sa bene di cosa abbiamo bisogno, mettendoci di fronte a sfide che sono sempre delle opportunità per crescere e proseguire nel nostro cammino evolutivo.

Secondo la visione dei nativi l’intento non è qualcosa che necessariamente facciamo piuttosto qualcosa che dobbiamo contattare. E’ una forza la cui provenienza deriva da una fonte universale, un’energia, un flusso di coscienza che potremmo chiamare Dio, Grande Spirito, Mistero o anche solo Vita. La forza del nostro intento si misura allora nella nostra capacità di abbandonarci ed affidarci a questo flusso, nella nostra volontà di consegnarci senza opporre resistenza, nella nostra flessibilità e soprattutto nell’accettazione totale del presente. Se davvero crediamo ad una fonte divina che tesse la vita, questa nostra esperienza così come la sua fonte, non può che essere perfetta. Il qui ed ora diventa quindi il miglior momento possibile, perfetto qualsiasi esso sia, sul piano evolutivo della nostra coscienza di anime in cammino. Questo non significa essere immuni dalla sofferenza sul piano fisico. Quando però ci si abbandona e si lascia l’intento agire attraverso di noi, ci si rende conto che tutto ciò che si manifesta nel mondo che conosciamo, proviene da qualcosa che sta al di la di questa realtà materiale. Tutto ha origine nel mare insondabile dell’invisibile, del mistero e dello spirito che circonda questa piccola isola che è il mondo che conosciamo.

Tutto ciò che esiste è quindi connesso attraverso la forza dell’intento ad una fonte divina. Per il solo fatto che noi esistiamo, potremmo dire di essere già connessi a questa fonte. La nostra difficoltà è quella di crederci, quella di pensare che sia possibile. Come umanità, potremmo dire che abbiamo dimenticato chi siamo e da dove veniamo. Questa fonte divina però è dentro di noi e si manifesta attraverso la nostra parte più saggia, nel maestro o come dicono gli andini, nell’Amauta che sta dentro di noi. Risvegliare la nostra coscienza significa riconoscere che questa energia divina sia dentro di noi, dentro tutta l’umanità. In questo modo sapremo fluire con la forza dell’intento senza opporre resistenza, godendo realmente della meraviglia e della bellezza infinita della vita, accettando e ringraziando ogni singolo istante come un dono, come un’opportunità, come una benedizione.

Prendendo esempio dallo scrittore americano Wayne Dyer, possiamo fare un parallelo fra ciò che hanno detto due personaggi illustri che hanno avuto molta influenza sulla cultura moderna. Sono due uomini molto diversi fra loro, il primo è l’antropologo e scrittore Carlos Castaneda, che negli anni ’70 ha reso popolare lo sciamanesimo dei nativi americani, raccontando il suo apprendistato con lo stregone Don Juan Matus, il secondo è lo scienziato premio nobel per la fisica Max Plank, definito il padre della meccanica quantistica e considerato insieme ad Albert Einstain la mente scientifica più brillante del secolo scorso. Parliamo di due uomini in apparenza molto diversi, uno scrittore ed uno scienziato che però sembrano arrivare alle stesse conclusioni.

Carlos Castaneda parla dell’intento in questo modo: “Nell’universo c’è una forza non misurabile ed indescrivibile che coloro che vivono della fonte, (ovvero gli stregoni e gli sciamani) chiamano intento. Tutto quello che esiste nell’intero Cosmo è legato e connesso alla forza dell’intento”.

Quindi per Castaneda tutto ciò che esiste nell’universo, viene generato da una fonte originale e legato tramite la forza dell’intento. Castaneda diceva che il compito degli stregoni era quello di pulire il vincolo che ci lega al campo perché più siamo in armonia con il flusso, più crescerà il nostro potere personale, fino a diventare capaci di curarci e di fare miracoli. Max Plank premio nobel per la fisica per le sue ricerche sull’atomo, è stato uno scienziato che ha dedicato tutta la sua vita allo studio ed alla ricerca, ideando la teoria dei quanti e della meccanica quantistica. A lui si deve tutta la nuova e rivoluzionaria visione delle fisica moderna che ha visto solo in quest’ultimo periodo, a 100 anni dalla sua scoperta, uno sviluppo incredibile a livello di letteratura. Quando a Plank consegnarono il nobel nel 1918 le sue parole furono: “Non esiste la materia come tale. Tutta la materia si origina e si mantiene in virtù della forza che produce la vibrazione delle particelle dell’atomo. Dobbiamo supporre che dietro questa forza esista una mente cosciente ed intelligente che è la matrice, l’origine di tutta la materia”.

Plank afferma che l’unica spiegazione possibile è che quindi esista nel mondo spirituale, una matrice intelligente e divina capace di generare la vita e l’intero universo che conosciamo.

Sia Plank che Castaneda quindi parlano di un campo di energia, di una fonte o matrice divina che sarebbe l’origine di tutto. L’intento quindi sarebbe quella forza generata dalla fonte divina capace di tessere ogni singola emanazione in un’unica grande tela.

La forza dell’intento più grande, prende il nome di fede. Non ci stiamo riferendo ad una fede religiosa in particolare, ma alla certezza interiore di essere connessi con la fonte divina. Per attivare questa forza dobbiamo però accettare nella sua totalità il presente come vita, come flusso che si propone in ogni istante, perché non esiste vita al di fuori del presente. Il passato così come il futuro non esistono, se non nella nostra mente. Il passato continua infatti ad esercitare la sua forza in virtù dei nostri ricordi che ci fanno rivivere quelle esperienze, mentre il futuro esiste solo come proiezione fantastica del presente. Queste realtà che potremmo definire virtuali, sono mantenute in vita solo dal dialogo interno del nostro ego. Sviluppare l’attenzione e la presenza al qui ed ora, come unico momento reale di vita, è il modo per riconnetterci alla fonte della vita stessa. Se riconosciamo infatti il presente come un’emanazione della fonte originale e divina, allora tutto è perfetto così com’è. Posso affidarmi, consegnarmi ed accettare con serenità qualsiasi cosa, anche un dolore perché tutto proviene dalla fonte. Questo non significa escludere la possibilità che il presente ci possa portare verso una sofferenza sul piano fisico. Come esseri incarnati in un corpo, siamo ovviamente soggetti ad esperienze che possono essere dolorose, come i traumi, le perdite, i fallimenti e tutto ciò a cui diamo un giudizio avverso. Se però usciamo dall’ottica puramente fisica ed entriamo in quella spirituale ci accorgiamo che non sono le situazioni in sé a farci soffrire ma è il modo in cui il nostro ego le giudica e le vive. In altri termini, il problema esiste solo nella nostra mente, nel nostro modo di vedere le cose, nel giudizio presente nei nostri pensieri. Ecco perché solo uscendo dall’ottica limitante dell’ego, qualsiasi esperienza, anche la più dolorosa, può trasformarsi in un salto evolutivo di coscienza.

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